Tutto quel rumore
Perché parlare in Rumore bianco sembra rendere il mondo ancora più incomprensibile
Il primo capitolo di Rumore bianco non comincia con un personaggio: comincia con una fila di station wagon. Jack Gladney guarda arrivare gli studenti, elenca gli oggetti che scaricano dalle auto, e l’elenco continua oltre il punto in cui un elenco normalmente si fermerebbe.
La prima volta l’ho letto come comicità. Alla seconda lettura mi sono accorto che la voce non giudica mai quello che nomina: registra. È un narratore che sa usare le parole con precisione e che proprio per questo non riesce a dire niente di ciò che conta.
I dialoghi funzionano allo stesso modo. Nessuno risponde davvero a nessuno. Le battute si sovrappongono, si correggono, citano dati che nessuno ha verificato. Le conversazioni in cucina somigliano a un notiziario in cui tutti sono il conduttore.
Quello che mi resta difficile è il passaggio centrale: più i personaggi parlano, meno il mondo diventa leggibile. Il linguaggio qui non serve a capire, serve a coprire un rumore di fondo — e la nube tossica, quando arriva, non aggiunge la paura: la rende solo udibile.
Non credo che sia soltanto una satira del consumismo. Mi sembra un romanzo su cosa succede a una frase quando smette di avere un referente: le parole restano esatte e il mondo diventa illeggibile nello stesso movimento. Lo strumento 04 parte da qui, e Lo straniero di Camus fa qualcosa di simile con la distanza.