Quanto dolore serve per raccontare il dolore?
Una vita come tante e il punto in cui l’accumulo smette di approfondire un personaggio e comincia a diventare una scelta narrativa visibile.
A un certo punto di Una vita come tante ho smesso di chiedermi se Jude avrebbe sofferto ancora.
La domanda era diventata quanto.
Non saprei indicare il momento preciso in cui è successo. All’inizio ogni nuova informazione sul suo passato sembrava modificare ciò che già sapevo di lui. Un comportamento che appariva incomprensibile acquistava una causa. Un silenzio cambiava significato. Una reazione sproporzionata smetteva di esserlo.
Il passato non spiegava semplicemente Jude: lo riscriveva retroattivamente.
Questa è forse una delle cose che il romanzo fa meglio.
Conosciamo prima le conseguenze e soltanto dopo, lentamente, le cause.
Vediamo Jude sottrarsi agli altri, rifiutare certe forme di intimità, costruire intorno a sé sistemi rigidissimi di controllo. Per molto tempo possiamo soltanto osservare questi comportamenti dall’esterno.
Poi il romanzo comincia ad aprire delle porte.
E ogni porta sembra condurre a una stanza precedente.
Sapere cambia ciò che abbiamo già letto
C’è qualcosa di particolare nel conoscere un personaggio in questo ordine.
Se il romanzo ci avesse raccontato immediatamente tutto ciò che è accaduto a Jude, probabilmente avremmo letto il suo presente come conseguenza.
Poiché invece incontriamo prima il presente, leggiamo inizialmente Jude come mistero.
Quando arriva una nuova parte del passato, siamo costretti a tornare mentalmente indietro.
Quella cosa che aveva fatto cento pagine prima.
Quella frase.
Quella paura.
Quel modo di reagire quando qualcuno cercava di aiutarlo.
Adesso significa qualcos’altro.
Il romanzo non modifica la scena precedente. Modifica il lettore che la ricorda.
Ed è un meccanismo che trovo molto potente.
Ma continuando a leggere, ho cominciato ad avvertire anche qualcosa di diverso.
Arriva un momento in cui una nuova sofferenza non cambia più radicalmente la mia comprensione di Jude.
La conferma.
E poi la conferma ancora.
È qui che ho iniziato a vedere non soltanto Jude, ma Yanagihara che decide cosa deve accadergli.
Quando vediamo la mano
Non credo che il problema sia semplicemente che nel romanzo accadano troppe cose terribili.
Una storia può essere estrema.
La domanda per me è un’altra:
che cosa produce ogni nuova estremità?
Se una rivelazione modifica il modo in cui comprendo un personaggio, sta facendo un certo lavoro narrativo.
Se intensifica qualcosa che conosco già, ne sta facendo un altro.
Se arriva quando quell’intensificazione non cambia più la mia lettura, comincio a chiedermi perché sia lì.
Ed è proprio qui che non so ancora decidere cosa penso del romanzo.
Forse quell’eccesso è il punto.
Forse voler dire «ho capito, basta» significa pretendere che la sofferenza abbia una misura narrativamente conveniente: abbastanza da commuovermi, non abbastanza da esasperarmi.
La vita reale, evidentemente, non possiede questa misura.
Ma Una vita come tante non è la vita reale.
È un romanzo.
Qualcuno ha scelto quali eventi raccontare, in quale ordine, per quanto tempo e con quale intensità.
Dire che qualcosa potrebbe accadere non risponde quindi alla domanda che mi interessa:
perché il romanzo ha bisogno che accada?
Il problema dell’accumulo
Forse quello che sto cercando di distinguere sono due effetti molto vicini.
Il primo è:
Non sapevo questo di Jude. Adesso lo vedo diversamente.
Il secondo:
Sapevo già questo di Jude. Adesso lo sento più intensamente.
Entrambi possono avere valore.
Ma non all’infinito.
A un certo punto l’accumulo può produrre una terza reazione:
So cosa il romanzo sta cercando di farmi sentire.
Ed è una sensazione pericolosa.
Perché nel momento in cui vedo troppo chiaramente il dispositivo che dovrebbe produrre la mia emozione, rischio di uscire dall’emozione stessa.
Non sto più soltanto soffrendo con Jude.
Sto osservando come il romanzo costruisce la mia sofferenza per Jude.
Eppure continuo
La cosa che complica tutto questo è che non ho smesso di voler bene a Jude.
Anzi.
Il romanzo trascorre così tanto tempo con i suoi personaggi che la loro presenza finisce per avere qualcosa della frequentazione. Non sono soltanto persone delle quali voglio sapere cosa succederà. Diventano persone con cui ho trascorso del tempo.
Forse è anche per questo che l’accumulo mi disturba.
Non perché il romanzo non sia riuscito a farmi provare qualcosa.
Ma perché ci è riuscito molto prima.
Quando arriva un’altra ferita, non penso necessariamente:
adesso capisco Jude meglio.
A volte penso:
lo so.
Ed è una reazione che non avevo mai considerato particolarmente interessante prima di questo libro.
Può un romanzo ottenere così bene la nostra compassione da rendere, a un certo punto, superflui alcuni dei mezzi con cui continua a cercarla?
Non so ancora quale sia la risposta.
Ma forse è proprio questa la cosa che Una vita come tante mi ha lasciato da guardare meglio.