a·ldi Andrea
PER GUARDARE MEGLIO

Strumenti

Cose che ho capito su come funziona la narrativa, scritte per poterle riusare.

STRUMENTO 01
LA FOCALIZZAZIONE

Chi sta guardando
la storia?

Chi parla e chi vede non sono necessariamente la stessa persona.

Quando leggiamo un romanzo tendiamo a chiederci chi stia raccontando. Una voce dice «io», un’altra parla dei personaggi in terza persona. Ma sapere chi racconta non basta a capire da dove stiamo guardando la storia.

Un narratore può parlare di Luca chiamandolo «lui» e lasciarci conoscere soltanto ciò che Luca percepisce, ricorda o immagina. La voce non è di Luca; il limite entro cui leggiamo, invece, è il suo.

La focalizzazione riguarda questo accesso alle informazioni. La domanda «chi vede?» è una scorciatoia utile, purché dentro il vedere facciamo rientrare anche pensieri, ricordi, giudizi ed errori.

Chi parla, chi vede

Teniamo separate le due domande: chi racconta? e a quali informazioni ci dà accesso il racconto? La persona grammaticale, da sola, non risponde alla seconda.

Per provare la differenza useremo una scena inventata: Luca entra in una stanza, Marta è seduta al tavolo e non alza gli occhi. Tutti i passaggi con Luca e Marta sono esempi costruiti per questi Esperimenti, non citazioni da un libro.

Nel primo Esperimento cambiano la persona grammaticale e l’accesso ai pensieri di Luca. Passando da «Luca entrò» a «entrai», la scena può continuare a mostrarci soltanto gesti. Restando in terza persona, invece, possiamo entrare nella sua incertezza.

01

Chi parla. Chi vede.

Cambia prima la voce, poi l’accesso ai pensieri.

CHI PARLA
CHI VEDE

Qui Luca può raccontare di sé limitandosi a gesti e parole. È una scelta del racconto, non una conseguenza del pronome «io». La stessa voce potrebbe aprirci i suoi pensieri, oppure aggiungere ciò che ha capito soltanto anni dopo.

Quanto ci lascia sapere
il racconto

La distinzione di Gérard Genette fra focalizzazione esterna, interna e zero aiuta a descrivere tre possibilità.

Con la focalizzazione esterna restiamo ai gesti e alle parole. Luca si ferma davanti al tavolo; Marta non parla. Possiamo fare ipotesi, ma il racconto non ci consegna i loro pensieri.

Con la focalizzazione interna entriamo nell’esperienza di un personaggio. La stanza sembra più piccola a Luca; il silenzio gli suona come un rimprovero. Conosciamo la sua interpretazione, senza sapere per questo che cosa stia pensando Marta.

Con la focalizzazione zero il racconto supera il limite del sapere di un singolo personaggio. Nel nostro esempio aggiunge che quello sarà l’ultimo incontro: un’informazione che, in quel momento, né Luca né Marta possiedono.

Nell’Esperimento successivo la scena è scritta una volta sola. Le parti in inchiostro sono quelle che ciascuna scelta ci lascia conoscere; le altre restano in filigrana, per rendere visibile ciò che viene trattenuto.

02

L’apertura

Dai gesti, ai pensieri, a ciò che nessuno sa ancora.

Luca entrò nella stanza, che gli parve più piccola del solito. Marta teneva gli occhi sul tavolo e non disse niente. Era ancora arrabbiata? Quel silenzio gli sembrava un rimprovero. Lui si fermò davanti al tavolo. Per qualche secondo nessuno parlò. Nessuno dei due sapeva ancora che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti.

Nelle formule che accompagnano queste distinzioni, N indica il narratore e P il personaggio: N < P per l’esterna, N = P per l’interna, N > P per la zero. Sono promemoria sull’informazione che il racconto ci comunica: restare entro il sapere di un personaggio non significa rivelarne ogni pensiero.

Jude, visto da sé e dagli altri

In Una vita come tante, Hanya Yanagihara sposta il racconto fra personaggi diversi. Questo movimento diventa particolarmente significativo quando cambia il modo in cui vediamo Jude.

Vicini a lui, incontriamo il peso della vergogna e del passato nel giudizio che dà di sé. Attraverso il rapporto con Willem o Harold, emerge anche la persona a cui gli altri vogliono bene, con capacità e qualità che lui fatica a riconoscersi.

La distanza fra queste immagini conta quanto le informazioni che ciascuna contiene. Il lettore può tenere insieme qualcosa che Jude non riesce a tenere insieme. Conoscere il suo giudizio su di sé non significa doverlo assumere come l’unico possibile.

Nella nostra stanza possiamo osservare un effetto più piccolo: lo stesso silenzio cambia significato quando ci viene mostrato ciò che pensa l’altra persona.

03

Lo stesso silenzio, due menti

La scena resta ferma. Cambia la persona attraverso cui la leggi.

Luca entrò. Marta teneva gli occhi sul tavolo e non disse niente.

VISTO DA LUCA

Era ancora arrabbiata? Quel silenzio gli sembrava un rimprovero.

Lui si fermò davanti al tavolo. Per qualche secondo nessuno parlò.

Attraverso Luca conoscevamo un sospetto. Attraverso Marta conosciamo qualcosa che lui non poteva vedere. Il confronto amplia la nostra lettura del silenzio: non ci autorizza a concludere che Marta non sia anche arrabbiata. Ci fa accorgere di quanto avevamo aggiunto noi a un gesto.

Fissa, variabile, multipla

La focalizzazione interna può restare con un personaggio, passare a un altro oppure tornare sullo stesso evento da più prospettive.

Si parla di fissa quando il racconto resta legato allo stesso personaggio; di variabile quando il personaggio seguito cambia; di multipla quando uno stesso evento viene raccontato più volte attraverso personaggi diversi. Le tre etichette descrivono l’organizzazione dello sguardo, non la persona grammaticale.

Il movimento fra personaggi in Una vita come tante permette di osservare la focalizzazione variabile. Il nostro Esperimento delle due menti, invece, mette a confronto due versioni dello stesso istante: un modello in piccolo della multipla.

Nel disegno, A e B sono due eventi in successione. Sotto ogni evento è indicato attraverso chi lo conosciamo.

04

Il percorso dello sguardo

Cambia il personaggio, l’evento, oppure entrambi?

EVENTOAattraversoLuca
EVENTOBattraversoLuca

Due eventi diversi. Lo stesso sguardo: Luca.

Nella multipla torniamo su A per rileggerlo. B resta fuori dal confronto: non scompare dalla storia.

Che cosa cercare
mentre si legge

Per riconoscere la focalizzazione può bastare fermarsi su un paragrafo e fare qualche domanda.

Di chi conosco i pensieri?
Se il testo ci dà il dubbio di Luca e soltanto i gesti di Marta, l’accesso alle due persone è diverso.
Che cosa sto deducendo?
«Marta non alza gli occhi» è un gesto. «Marta è arrabbiata» può essere un’interpretazione. Prima di attribuirla al racconto, conviene capire chi la sta formulando.
A chi appartiene un giudizio?
Una stanza può essere piccola; può anche sembrare più piccola a chi vi entra. Un aggettivo, una domanda o un ricordo possono portarci vicino a un personaggio senza che compaia la formula «pensò».
Da dove arriva un’informazione inattesa?
Un narratore che anticipa il futuro può superare ciò che il personaggio sa durante la scena. Se però sta raccontando la propria vita a distanza di anni, quell’informazione può appartenere al suo ricordo. Serve il contesto: una frase isolata non basta a classificare un romanzo.

Si può fare una prova con tre colori: segnare ciò che nella scena è osservabile, ciò che appartiene all’interiorità del personaggio seguito e ciò che oltrepassa il suo sapere. Il comando per mostrare i colori nell’Esperimento dell’apertura rende visibile questa distinzione nella nostra scena.

Su un romanzo vero i confini saranno spesso meno netti. Vale la pena partire proprio dai punti incerti: chi può sapere questa cosa? Chi sta dando questo giudizio? Che cosa cambierebbe se la scena fosse raccontata da un’altra parte?

La focalizzazione ci aiuta a riconoscere quanto del nostro rapporto con un personaggio dipenda dal posto che il racconto ci ha assegnato. Di alcuni conosciamo le esitazioni; di altri vediamo soltanto gli effetti. Ciò che il romanzo ci mostra dipende anche da dove ci ha messi a guardare.

Per approfondire i termini: Burkhard Niederhoff, Focalization e Perspective – Point of View, nel Living Handbook of Narratology.

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