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Osamu DazaiLo squalificato

E se la maschera fosse sul volto del lettore?

Lo squalificato convince chi legge a credere nella sentenza del protagonista; alla fine la salvezza arriva troppo tardi per consolare Yōzō ma restituisce al lettore l’umanità persa sciogliendo così la maschera.

«Ho condotto una vita colma di vergogna. Mi sfugge finanche il senso dell'esistenza umana.»

Osamu Dazai · Lo squalificato, p. 13

Il verdetto

Letteralmente potremmo tradurre Ningen shikkaku (人間失格) con «squalifica da essere umano»: quasi un verdetto burocratico, una formula che esclude qualcuno dalla stessa umanità a cui appartiene. Le diverse traduzioni riescono a salvarne ognuna una parte: Lo squalificato conserva la squalifica e perde l’umano; No Longer Human conserva l’umano e perde la squalifica.

Ma se c’è uno squalificato, chi è l’arbitro che pronuncia il verdetto?

Nel prologo il narratore ci presenta Yōzō attraverso tre fotografie, con freddezza, disumanizzandolo: «Quello è un ghigno di scimmia», «adatto a una storia di spettri». Poi leggendo i taccuini si prova la sensazione del leggero poggiarsi della maschera: senza accorgersene, si comincia a sentire il peso e l’inquietudine del suo vivere:

«Mettevo su una faccia allegra, che dentro mi impegnava in un’impresa tanto ardimentosa quanto improba.»

Osamu Dazai · Lo squalificato, p. 16

Chi squalifica chi

Nel rileggere il libro ho incontrato un meccanismo sfuggitomi nella prima lettura: Yōzō non si limita alla propria esclusione dal genere umano, ma trascina con sé anche le prostitute:

«Per me le prostitute non erano né donne né esseri umani: […] tra le cui braccia però trovavo la serenità e mi abbandonavo a sonni ristoratori. Talmente prive di qualsiasi ambizione da fare tristezza, tutte. Per questo, forse percependo una certa affinità con me, si dimostravano affettuose senza essere soffocanti.»

Osamu Dazai · Lo squalificato, p. 40

Il protagonista vive un senso di riconoscimento e appartenenza: Yōzō non è solo. Ma nell’escludere anche loro dal genere umano, lo squalificato diventa a sua volta arbitro.

Si percepisce la presenza del padre nei taccuini di Yōzō più come una forza che come un personaggio. Ci arriva attraverso la coscienza del figlio: ne condividiamo la paura, senza poterla mai verificare. Il padre ha raramente voce diretta, e questo silenzio ingigantisce la figura paterna. Quando il padre racconta di aver trovato nel taccuino la richiesta di una maschera di leone, riusciamo ad avere uno spaccato sull’identità del padre, opposta all’immagine che Yōzō si è costruito. Quella notte Yōzō interpreta la delusione del padre come una minaccia:

«Un fallimento totale: avevo fatto arrabbiare papà, e la sua vendetta – di certo spaventosa – si sarebbe presto abbattuta su di me.»

Osamu Dazai · Lo squalificato, p. 18

Questo pensiero il giorno dopo viene ribaltato:

«Ho aperto il taccuino nel negozio di giocattoli, e indovina cosa c’era scritto? Ecco qui “maschera di leone”. […] ma poi non ha resistito al desiderio di avere la maschera. […] Ho finito col ridere da solo nel negozio di giocattoli.»

Osamu Dazai · Lo squalificato, p. 20

Il padre è l’arbitro che Yōzō teme, ma in questo episodio, quando prende la parola, non giudica: ride.

Era un angelo

Alla fine del terzo e ultimo taccuino troviamo Yōzō arreso al suo (non) essere. Un epilogo chiude la cornice e con un moto salvifico estrae Yōzō dal mondo dei non umani: prima sposta il verdetto sul padre e poi, quasi a seguire una legge del contrappasso al contrario, lo innalza a entità angelica:

«La colpa è tutta di suo padre», disse calma la madame. «Lo Yōzō che noi tutti conoscevamo era sincero e sensibile, se solo non beveva… Anzi, anche quando beveva era buono come un angelo.»

Osamu Dazai · Lo squalificato, p. 111

Quindi Yōzō non è mai umano, da nessuno dei tre punti di vista: prima, nel prologo, il suo sorriso viene definito «un ghigno di scimmia», poi lui stesso si sente di non appartenere agli altri e infine viene addirittura paragonato a un’entità sovrumana. È al lettore che viene restituita l’umanità, mentre rivede il giudizio che Yōzō era riuscito a far passare per vero.

L’arbitro, allora, è anche il lettore, che ha accettato la sentenza senza accorgersi di pronunciarla a sua volta. È qui che la maschera si scioglie.

Può esserci una possibilità di salvezza anche solo nello sguardo di chi legge?

IL LIBRO

Osamu Dazai, Lo squalificato
Feltrinelli, 2023 · traduzione di Maria Cristina Gasperini
Edizione originale: Ningen shikkaku, 1948
Passaggi discussi: il prologo, i taccuini e l’epilogo

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